...Più tardi, già nei recessi della notte, si celebra un rito d'ascolto, dal sapore iniziatico. Alchimisti di suoni e immagini offrono agli ultimi superstiti della lunga giornata di creazione un'anteprima tutta sonora dello spettacolo cosiddetto "multimediale" che andrà in scena la sera successiva. E già il fatto che espressioni come "spettacolo" e "andare in scena" non soddisfano lo scrivente è forse di per sé significativo di una creatività rigenerante che nulla o poco ha a che fare con un concetto di "novità". Perché nuovo è sempre il valore, nuovo perché si rinnova eternamente a dispetto dell'attualità di modelli culturali stereotipati, e rinnovandosi perdura in identità più profonde e interiori. Multimedialità mi pare parola vuota o vaga, perché allora "multimediale" era una messa bizantina, con quel prodigio di cieli dorati a riecheggiare le onde del canto, a percuotere i sensi di quel popolo greco-romano, gotico e longobardo; e il barocco, con i marchingegni del suo "gran teatro"; ma anche la Comedia dantesca, perché il dire poetico è sempre "sinestetico" e dunque già risponde con pienezza alla domanda cui vorrebbe rispondere, spesso con presunzione e artificio, la nuova -- ovvero, attuale e peritura -- decantata disciplina.
Nel sentire questo scorrimento di rumori e suoni gli uni gli altri generanti, mi pare invece di sperimentare una realtà usuale, evocata nel suo germinare. Da un lato è storia -- di uomini e natura; dall'altro è simbolo, che la storia trascende e sostanzia al tempo stesso. Il vento gonfia la sacca involucro che fu di calda vita animale, di selvatiche balze odorose. Poi il suono diviene rumore per opposta genesi, fratellanza fenomenica, irrisolta contesa. Lo stridere del tornio esala e risorge nel grido dell'ancia e del legno, e poi è canto e siamo nell'Aperto, del pascolo, dell'incontro, dell'amore (i "Tri bêi giúven"...). Segue una nuova contrazione di spazio e tempo, la morra, l'antico gioco che scandisce la sorte nel mistero del numero, dentro il cielo di un'osteria greve d'umori e destini. Prima attimo sospeso, eterno, com'è l'attimo del gioco, quintessenza di sorti umane; poi suono, ancora, e danza, seguendo quel sicuro filo del gesto simbolico che muta di forma ma non di natura, e sospende la trama del quotidiano. Infine, tutto si discioglie nella voce originante di donna, grembo di memoria antica; la narrazione, prima, poi la sommessa preghiera di una ninna nanna, quel riposo, quel rinascere.
La sera successiva, i faggi del Penice si animavano di presenze antiche, le immagini del borgo di Negruzzo in un video amatoriale degli anni Sessanta, vecchi suonatori nominati in un sussurro da qualche anziano tra il pubblico, le mani enormi di Ettore Lòsini al tornio, quegli uomini all'osteria intenti alla morra, e sul palco i tre musicisti, Marco Domenichetti, Cesare Campanini, Daniele Bicego, presenze quasi incarnate in quell'attimo stesso, scaturite dalla sostanza della memoria. Un lavoro raro, complesso, frutto di concorso di intelligenza e sentimento, senza cedimenti vanamente estetizzanti, offerto a molteplici livelli di lettura, come avviene quando il processo creativo si attiene alla coerenza di un divenire di significato e simbolo.
Paolo Ferrari Magà
da Diario Incontri 2004 -- Adolescere, Suoni dell'altro mondo.
Voghera : 2005